Brexit insegna il rischio dell’autogol

Brexit insegna il rischio dell’autogol

Dopo anni di trattative sulla Brexit, l’accordo tra il Governo May e la Ue andrà al voto del Parlamento previsto per l’11 dicembre.

L’approvazione non è certa e il 23 marzo 2019 il Regno Unito potrebbe uscire dall’Unione senza sapere a quali condizioni e con quali conseguenze. La cosa sembra interessarci poco, perché le conseguenze riguarderebbero esclusivamente i britannici. Un errore perché invece dovrebbe farci riflettere sul nostro futuro.

La Brexit è figlia della paura della perdita di identità nazionale e del disagio sociale seguito alla crisi globale del 2008, visti come conseguenza di quarant’anni di apertura dell’economia e integrazione col resto del mondo. È evidente l’analogia con le ragioni dell’ascesa di Lega e M5S in Italia, di Trump negli Stati Uniti e della generale svolta “sovranista” in molti altri Paesi. Sembriamo esserci dimenticati che apertura e integrazione, nell’ambito di accordi multilaterali, hanno portato i grandi benefici della mobilità e dei migliori standard a un sempre maggior numero di Paesi.

La mobilità di beni e servizi, favorendo uno sviluppo degli scambi ha aumentato la scelta e ridotto i prezzi per i consumatori; e allargando la dimensione rilevante del mercato per i produttori, ha facilitato il raggiungimento di economie di scala. Così si è anche abbattuto il costo dei trasporti, agevolando enormemente la mobilità delle per-sone. Con la mobilità dei capitali, infine, ogni Paese ha potuto finanziare progetti di investimento senza il vincolo della disponibilità del risparmio locale.